
Archimede di Siracusa
Solo una cortesia, prima di varcare la soglia: abbandonate per un momento gli aneddoti che avete sentito su di me e le dicerie che, nel tempo, hanno finito per separare il genio dall’uomo.
Io sono Archimede, e basta.
Un uomo profondamente legato a Siracusa e alla Sicilia, mosso da curiosità, immaginazione e desiderio di comprendere. Un uomo come voi, ma con una particolare inclinazione a osservare, collegare idee e cercare risposte.
Eppure, a meno di due secoli dalla mia morte, Cicerone lamentava già quanto la memoria della mia città nei miei confronti si fosse affievolita. Fu lui a cercare e a riportare all’attenzione la mia tomba, mentre Siracusa sembrava averne quasi perduto le tracce.
Confesso che c’è qualcosa di profondamente amaro in tutto questo. Siracusa vantava un passato straordinario, eppure il tempo avrebbe finito per avvolgere nell’oblio tanto la città quanto uno dei suoi cittadini più noti.
E questo accadeva mentre le mie idee continuavano, silenziosamente, a viaggiare attraverso i secoli: tramandate da manoscritti incompleti e frammentari, ma ancora capaci di alimentare alcuni dei princìpi fondamentali su cui si sarebbero sviluppate la matematica e la fisica moderne.
E infine, proprio la città alla quale rimasi legato per tutta la vita finì per dimenticarmi.
Archimede oltre la leggenda
Il mio nome è legato a numerose invenzioni, scoperte e applicazioni scientifiche che hanno attraversato i secoli. In questa pagina ne incontrerete molte, insieme agli aspetti meno conosciuti della mia vita, ai miei studi e ai principi geometrici e matematici che hanno reso possibile parte del mio lavoro.
Qui, nel Museo Archimede e Leonardo di Siracusa, il mio percorso incontra anche quello di Leonardo da Vinci, che studiò e riprese temi, problemi e conoscenze appartenenti alla tradizione scientifica antica.
Studiavo e scrivevo utilizzando supporti diversi: tavolette cerate, comuni nel mondo antico, e fogli di papiro, più costosi e preziosi. Alcune delle opere che mi vengono attribuite sono giunte fino a noi attraverso una lunga e complessa storia di trasmissione; altre, invece, sono andate perdute.
Quel che oggi rimane è comunque sufficiente per restituire l’immagine di uno scienziato capace di unire matematica, osservazione e applicazione pratica.
Dicono che fossi secoli avanti. Sì, indubbiamente lo ero. Le mie idee, i miei metodi e il mio modo di osservare il mondo avrebbero continuato a parlare alla scienza per molti secoli dopo di me.

La mia Siracusa
“Urbem Syracusas maximam esse Graecarum, pulcherrimam omnium saepe audistis. Est, iudices, ita ut dicitur..”
“Avete spesso sentito dire che Siracusa è la più grande città greca, e la più bella di tutte. Signori giudici, è proprio come dicono…”
Siracusa, una grande città del Mediterraneo
Vado molto fiero della mia città. Senza presunzione, posso dire che per secoli Siracusa fu tra le metropoli più importanti del mondo antico.
Secondo la nostra tradizione, la città fu fondata da un gruppo di Corinzi giunti qui fra il 735 e il 734 a.C., guidati da Archia, un Bacchiade e, secondo la tradizione, discendente dell’eroe Eracle.
Si insediarono a Ortigia, e la scelta si rivelò felice. La posizione geografica, al centro del Mediterraneo, favoriva gli scambi commerciali; anche la natura offriva condizioni particolarmente favorevoli: un doppio porto sicuro, abbondanza d’acqua e un territorio facilmente difendibile.
La crescita della città fu rapida e tumultuosa. Dopo Ortigia si svilupparono Akradina e Tyche, destinate soprattutto alle aree residenziali; Neapolis, ricca di edifici monumentali; e infine Epipoli, la zona più alta della città, fondamentale per la sua difesa.
Una città monumentale e colta
Certo, questo sviluppo fu segnato da guerre sanguinose, faide interne e repentini cambiamenti politici, che portarono Siracusa dalla tirannide alla repubblica. Ma tutto ciò non diminuì la bellezza e la vitalità della mia città.
Templi, teatri, piazze e magnifici edifici pubblici la adornavano. Penso al Tempio di Apollo, edificato nel VI secolo a.C., o al Tempio di Atena, costruito nel V secolo a.C. e poi trasformato, nel corso dei secoli, in quello che oggi conoscete come il Duomo di Siracusa.
Ricordo con orgoglio anche le possenti mura che cingevano la città, lunghe più di venti chilometri: un sistema difensivo imponente che, molti anni dopo, sarebbe diventato anche il teatro delle mie macchine da guerra.
Ricordo I Persiani di Eschilo, rappresentati nel teatro della Neapolis, costruito sulle pendici meridionali del colle Temenite. E ricordo la storia di Aretusa, la ninfa trasformata in fonte d’acqua da Artemide, talmente legata a questi luoghi che ancora oggi l’aggettivo “aretuseo” richiama immediatamente Siracusa.
Quando nacqui, dunque, Siracusa era già da secoli uno dei centri più belli e fiorenti di quella che voi chiamate civiltà classica. Persino Platone era giunto fin qui per tre volte, tra il 388 e il 360 a.C., convinto di poter mettere in pratica le proprie idee politiche.
Illuso! Si scontrò non soltanto con la diffidenza del potere, ma anche con una società siracusana profondamente consapevole della propria forza e del proprio benessere. «Non ci serve nulla, grazie!», verrebbe quasi da immaginare come risposta.
E, più che nella filosofia, i miei concittadini eccellevano nella pittura, nella ceramica, nella produzione di raffinati gioielli e persino nell’arte enogastronomica.
Siracusa, potenza del Mediterraneo
Il fasto della corte siracusana, le sue ricchezze e la volontà di espandersi portarono più volte la città ad affrontare nemici potenti.
Cartagine fu una delle principali rivali per il controllo della Sicilia durante le guerre greco-puniche. Atene, invece, tentò di spezzare la potenza siracusana durante la guerra del Peloponneso, ma la spedizione ateniese in Sicilia si concluse con una durissima sconfitta nel 413 a.C.
Siracusa consolidò così il proprio ruolo come una delle maggiori potenze del Mediterraneo occidentale, capace di competere militarmente, economicamente e politicamente con alcune delle più importanti città e potenze del mondo antico.
La Siracusa del mio tempo
Alla mia nascita, nel 287 a.C., re Agatocle era morto da appena due anni. Siracusa dominava allora una parte molto estesa della Sicilia ed era uno dei più importanti centri culturali del Mediterraneo, inserita in una fitta rete di relazioni scientifiche, politiche ed economiche che la collegava anche ad Alessandria d’Egitto.
Nel 270 a.C. salì al potere Gerone II, un grande sovrano. Lo conoscevo bene; fu mio caro amico. Sotto il suo regno trascorse quasi tutta la mia vita e la mia attività. Gerone si dedicò alla riorganizzazione amministrativa, economica e culturale del regno e cercò, con tutte le sue forze, di tenere Siracusa al riparo dallo scontro ormai imminente tra Roma e Cartagine.
Durante la Prima guerra punica, iniziata nel 264 a.C., scelse di abbandonare l’alleanza con i Cartaginesi e di schierarsi con Roma. Fu una decisione decisiva, che garantì a Siracusa un lungo periodo di prosperità e di pace.
In queste condizioni potei studiare ad Alessandria con Eratostene e gli altri, dedicarmi alla scienza e lavorare anche a progetti straordinari, come la costruzione della Syrakosia, la più grande nave dell’antichità.
Che anni splendidi furono. Sembrava che Siracusa non dovesse mai conoscere il declino.
La fine dell’equilibrio
Ma le cose andarono diversamente.
Nel 216 a.C. morì il principe ereditario Gelone; l’anno seguente si spense anche Gerone II, alla veneranda età di novant’anni. In pochissimo tempo, l’equilibrio politico che aveva garantito a Siracusa stabilità e prosperità cominciò a sgretolarsi.
Salì al trono il nipote Geronimo, ancora giovanissimo. Aveva sostituito alla prudenza del nonno una pericolosa ambizione.
Pessimo baratto.
Geronimo ruppe l’alleanza con i Romani, derise i loro ambasciatori chiedendo notizie della disfatta di Canne e si alleò con Annibale, coltivando l’ambizione di estendere il proprio controllo sulla Sicilia.
Il Senato romano reagì rapidamente e inviò contro Siracusa un esercito al comando del console Marco Claudio Marcello.
L’assedio di Siracusa
Io sentivo che stavamo andando incontro alla catastrofe, ma feci di tutto per difendere la mia terra.
L’assedio fu lungo, incerto e segnato da continui cambiamenti di fronte. Per un certo periodo sembrò persino che i miei sforzi e le mie invenzioni potessero evitare la sconfitta: le macchine da guerra impiegate nella difesa di Siracusa riuscirono a mettere seriamente in difficoltà i Romani, che fino a quel momento avevano forse sottovalutato la nostra capacità di resistenza.
Ma non si arresero. Catturarono un nostro ambasciatore inviato a chiedere aiuto al re di Macedonia, Filippo, e organizzarono uno scambio di prigionieri. Fu anche attraverso questi espedienti che riuscirono a raccogliere informazioni preziose sulle nostre difese e sulle mura della città.
Poi, una notte del 212 a.C., approfittando dei festeggiamenti in onore di Artemide, che duravano ormai da tre giorni, riuscirono a superare le fortificazioni e a sorprenderci.
Fu la fine della Siracusa che conoscevo. E anche la mia.

La mia eredità
Come arrivarono i miei studi ai posteri? Quali strade tortuose seguirono?
La storia che sto per raccontarvi, per sommi capi, coinvolge grandi artisti e grandi scienziati, avventurieri e truffatori, e più di una volta i suoi contorni sono avvolti nel mistero. Seguitemi e non ve ne pentirete.
Le mie opere attraverso i secoli
Con la caduta dell’Impero Romano, una coltre di silenzio calò sulla mia vita e sulle mie opere. Fecero eccezione un ristretto numero di eruditi bizantini, come il celebre Leone Matematico, cui non finirò mai di essere debitore, e alcuni matematici del mondo arabo, tra cui i tre fratelli Muhammad, Ahmad e al-Hasan, noti come i Banu Musa.
Così, fino al XIII secolo, l’Occidente latino conobbe relativamente poco di ciò che ero stato e di quello che avevo fatto. Persino il mio nome sembrò stemperarsi nell’oblio: nelle fonti comparvero forme derivate dall’arabo, come “Ersemides” o “Arsamithes”.
Da Costantinopoli all’Occidente
Ma la storia, si sa, vive anche di stravolgimenti epocali. Proprio a uno di questi dovete la mia riscoperta in Europa: la conquista e il saccheggio di Costantinopoli.
Nell’aprile del 1204, i crociati diretti in Terrasanta per liberare Gerusalemme si fermarono lungo il cammino e misero a sacco la capitale dell’Impero bizantino. I suoi abitanti si consideravano gli eredi della romanità classica, e la città custodiva alcuni dei più importanti tesori letterari del mondo antico, molti dei quali provenienti dalla tradizione culturale di Alessandria d’Egitto. Fra questi c’erano anche alcuni dei miei scritti.
A differenza delle centinaia di migliaia di volumi che andarono distrutti, tre libri contenenti alcuni dei miei testi sopravvissero alla devastazione, probabilmente trafugati. In seguito furono indicati, con poca fantasia, come Codici A, B e C.
Questi tre manoscritti, redatti con molta probabilità tra il IX e il X secolo, forse su impulso di Leone Matematico, seguirono strade diverse. Il cosiddetto Codice B fu avvistato per l’ultima volta nel 1311 nella Biblioteca Pontificia di Viterbo. Il Codice A, invece, risultava ancora conservato a Venezia nel 1564, prima di far perdere definitivamente le proprie tracce.
Fu grazie alle copie di questi manoscritti e alle loro trascrizioni che i maestri dell’Umanesimo e del Rinascimento, tra cui il caro Leonardo da Vinci, che qui è mio ospite fisso, ebbero la possibilità di studiare parte del mio lavoro.
Alla fine degli anni Sessanta del XIII secolo, tutte le mie opere oggi conosciute e leggibili erano disponibili in lingua latina, tranne l’Arenario e il Metodo.
Nulla, invece, si sapeva del terzo manoscritto, il celebre Codice C, oggi noto come Palinsesto di Archimede, protagonista di una storia ancora più avventurosa, di cui parlerò tra poco.
La riscoperta nel Rinascimento
Tornando ai Codici A e B, giunti in Occidente attraverso percorsi non del tutto chiari, nel 1269 fu il cappellano fiammingo Guglielmo di Moerbeke, domenicano residente presso la corte papale di Viterbo, a realizzarne la traduzione latina.
Devo molto al suo paziente e accurato lavoro, fondamentale per la successiva diffusione dei miei studi e delle mie invenzioni. Fu anche grazie a queste traduzioni che parte della mia opera arrivò agli uomini di maggior talento dell’Umanesimo e del Rinascimento, risvegliando un nuovo interesse per i miei scritti.
Intorno alla metà del XV secolo, papa Nicolò V, l’umanista Tommaso Parentucelli e fondatore della Biblioteca Vaticana, commissionò a Jacopo da San Cassiano, noto anche come Iacobus Cremonensis, una nuova traduzione del Codice A, prima che il manoscritto scomparisse definitivamente.
Questa versione fu a sua volta trascritta nientemeno che da Piero della Francesca e, con ogni probabilità, passò anche nelle mani di Leonardo da Vinci.
A quel punto il velo che per secoli aveva avvolto la figura del mitico Archimede era ormai definitivamente squarciato.
L’avvento della stampa fece il resto. I miei lavori cominciarono a circolare sempre più ampiamente in Europa, alimentando e ispirando studiosi e scienziati del calibro di Galileo Galilei e Isaac Newton.
Ma questa è un’altra storia.
Il Codice C: il Palinsesto di Archimede
Merita un capitolo a parte il celebre Codice C. Ricostruirne, almeno in parte, la storia significa attraversare secoli di vicende, passaggi di mano, perdite e riscoperte. Ma cominciamo dall’epilogo.
Giovedì 29 ottobre 1998, nella sede di Christie’s a New York, il Codice C fu battuto all’asta. Si trattava di 174 fogli di pergamena sui quali erano trascritte alcune delle mie opere.
Considerato il pessimo stato di conservazione in cui versava, mai avrei immaginato che potesse essere acquistato per la cifra di 2 milioni di dollari, a cui si aggiunsero circa 200.000 dollari di diritti d’asta, da un mercante di libri londinese che agiva per conto di un acquirente rimasto anonimo.
Quel manoscritto, però, era davvero prezioso. Il Codice C conserva infatti due testi di straordinario valore: il Metodo e lo Stomachion, opere fondamentali per comprendere aspetti del mio pensiero matematico e del mio modo di affrontare i problemi.
Poco tempo dopo, il misterioso acquirente affidò il manoscritto alle cure di William Noel, responsabile della sezione libri antichi del Walters Art Museum di Baltimora, proponendogli di occuparsi dello studio e della conservazione del volume, sostenendone i costi.
Si concludeva così una parte dell’avventurosa storia del Palinsesto, che nei suoi undici secoli di vita aveva attraversato luoghi, culture e continenti diversi. Ne cominciava un’altra: una lunga indagine scientifica che avrebbe coinvolto paleografi, restauratori, analisti, informatici, fisici, filologi e storici della matematica.
Che cos’è un palinsesto
Per godersi davvero questa storia, però, bisogna prima capire che cos’è e come è fatto un palinsesto.
Il termine deriva dal latino palimpsestus, a sua volta mutuato dal greco παλίμψηστος, e significa letteralmente “raschiato di nuovo”.
Nel Medioevo, a causa dell’elevato costo della pergamena, era abbastanza comune riutilizzare fogli già scritti. Il testo originario, quando non era più ritenuto di interesse, veniva eliminato mediante lavaggio e raschiatura; sulla stessa superficie si scriveva poi un nuovo testo, disposto nello stesso senso oppure trasversalmente rispetto al precedente.
Anche il Codice C subì questo trattamento.
Nel 1229, il monaco amanuense Johannes Myronas cancellò il mio testo — mi sento male solo a pensarci — per sostituirlo con trascrizioni di preghiere ed esorcismi.
Il viaggio del Codice C
A questo punto è utile riavvolgere ulteriormente il nastro e seguire le tracce del Codice C, dalla sua scomparsa nel 1204 fino al suo arrivo a Baltimora, dopo secoli di passaggi e vicende ancora in parte avvolti nel mistero.
Come i Codici A e B, anche il Codice C sopravvisse al saccheggio di Costantinopoli. Da lì il manoscritto fu portato a Gerusalemme e trasformato, senza troppi riguardi, in un libro di preghiere. In seguito arrivò al monastero di San Saba, nel deserto della Giudea, dove rimase per un periodo di tempo non ben definito.
Nel 1846 il Codice riapparve nella Biblioteca del Santo Sepolcro di Costantinopoli, il Metochion. In quell’anno il filologo Konstantin von Tischendorf lo individuò e riconobbe la presenza di un antico testo matematico greco, senza però comprendere che si trattava di un’opera di Archimede. Asportò un foglio del manoscritto e lo portò con sé a Cambridge, dove si trova ancora oggi.
A riconoscere invece il vero valore del testo fu il filologo danese Johan Ludvig Heiberg, che nel 1906 riuscì a individuare, sotto la scrittura più recente del palinsesto, il testo archimedeo e il dialetto dorico in cui era stato redatto.
Il Codice C nel Novecento
Ma le peripezie del Codice C non erano ancora finite. Dall’Asia Minore la sua storia si spostò in Europa.
Dopo le turbolenze che segnarono la Turchia alla fine della Prima guerra mondiale, molti manoscritti furono trasferiti dal Metochion di Costantinopoli alla Biblioteca Nazionale di Atene. Il Codice C, però, non arrivò mai nella capitale greca. Scomparve, forse sottratto e venduto, per riapparire negli anni Trenta a Parigi, nelle mani dell’antiquario ebreo Samuel Guerson, che lo aveva acquistato dall’armeno Dikran Kelekian, uno dei più noti commercianti d’arte del XX secolo.
Quando, nel 1940, i nazisti entrarono a Parigi, Guerson si trovò in grave difficoltà. I suoi beni erano già stati sequestrati e gli era rimasto soltanto il Palinsesto. Propose allora all’amico Marie Louis Sirieix di acquistarlo e, per convincerlo del valore del manoscritto, realizzò alcune false miniature raffiguranti immagini sacre.
Sirieix acquistò il libro e Guerson riuscì a fuggire. Con ogni probabilità, il manoscritto rimase poi nascosto per decenni in una cantina umida, subendo ulteriori danni.
In seguito Anne Sirieix, figlia di Marie Louis, tentò di farlo restaurare, ma l’intervento finì per comprometterne ulteriormente lo stato di conservazione.
Si arriva così ai vostri tempi e, infine, all’asta di New York del 1998, da cui questa storia era cominciata.

Io e Leonardo
Un legame attraverso i secoli
La gente chiama geni persone come me: uomini capaci di riconoscere, nella trama infinita delle cose, regolarità e associazioni che agli altri sfuggono; di tradurle in linguaggi complessi e di trasformarle in strumenti con cui comprendere e, almeno in parte, governare la natura.
Queste doti rare, per cui possiamo ringraziare gli dèi, superano i confini dello spazio e del tempo, creando una fitta rete di relazioni, nessi e legami tra persone vissute in epoche e luoghi molto lontani tra loro.
Una di queste parentele è certamente quella che mi lega a Leonardo da Vinci, attraverso ben diciassette secoli. Leonardo mi riservò una profonda ammirazione, e io ebbi l’onore di ispirare molti dei suoi studi e delle sue creazioni.
Entrambi abbiamo incarnato, in modo sorprendentemente simile, l’aspirazione alla conoscenza del reale attraverso la ragione e l’esperienza. Nella nostra creatività e nella nostra insaziabile curiosità si riconosce qualcosa di universale: il desiderio di superare i propri limiti attraverso l’osservazione, lo studio e la sperimentazione.
Scienza, tecnica e invenzione
La fantasia dei posteri è stata profondamente colpita dalle mie gesta, tanto da alimentare numerose leggende intorno alla figura del sapiente capace di stupire concittadini e avversari con una sorta di scienza-spettacolo.
Ma a Leonardo questo non sarebbe bastato. Il vero fascino, per lui, doveva risiedere soprattutto nella corrispondenza tra scienza e tecnica, tra la teoria e le sue applicazioni pratiche: un rapporto che avevo cercato di rendere concreto unendo la ricerca del matematico alla pratica della meccanica e alla costruzione di macchine.
I numerosi riferimenti che Leonardo dedica alle mie opere nei suoi scritti, nei disegni e negli studi restituiscono l’immagine di uno studioso che si confronta con i testi di un maestro lontano nel tempo, cercando di comprenderne i principi, reinterpretarli e tradurli in nuove soluzioni.
In questo senso, il legame tra noi non nasce soltanto dall’ammirazione, ma da un modo affine di intendere la conoscenza: osservare, comprendere, sperimentare e trasformare le idee in applicazioni concrete.
Leonardo e la scienza degli antichi
Leonardo cercava di affrancarsi dall’immagine dell’“artigiano” legato alla formazione di bottega ricevuta presso il Verrocchio. Aspirava invece a essere riconosciuto anche come uomo di scienza, e il riferimento ai modelli classici contribuiva a dare maggiore prestigio culturale alla sua ricerca.
A partire dall’Umanesimo e poi nel Rinascimento, si sviluppò infatti un rinnovato interesse per la scienza del mondo antico e, in particolare, per quella dell’età ellenistica. Come altri prima di lui e molti dopo di lui, Leonardo cercò di riappropriarsi di conoscenze già contenute nei testi scientifici greci, che proprio in quei secoli venivano trascritti, tradotti e diffusi sempre più ampiamente in Italia.
Forse — dico forse, e lo sostiene anche Lucio Russo — gli intellettuali rinascimentali non erano sempre in grado di comprendere fino in fondo la complessità della scienza antica. Spesso erano attratti soprattutto dai suoi risultati pratici e concreti: la prospettiva, le macchine pneumatiche, l’idraulica, l’anatomia e le macchine da guerra.
Eppure il mio mondo scientifico era straordinariamente avanzato e raffinato. Alessandria d’Egitto ne rappresentava uno dei principali centri propulsori, un luogo nel quale discipline diverse raggiungevano livelli altissimi e si incontravano tra loro.
Basti pensare a Eratostene, capace di ottenere una misura sorprendentemente precisa della circonferenza terrestre; a Euclide, con il suo metodo assiomatico e la costruzione sistematica della geometria; ad Aristarco di Samo, legato all’idea di un sistema eliocentrico; o a Ipparco, tra i grandi protagonisti dell’astronomia antica e dello sviluppo della trigonometria.
Eravamo protagonisti di una stagione scientifica di eccezionale ricchezza, tanto avanzata da far apparire, a distanza di secoli, molti uomini del Rinascimento ancora impegnati a ricostruire e comprendere pienamente un patrimonio di conoscenze che in parte era andato perduto.
Un legame da scoprire nel Museo
Questo Museo, la mia casa, in cui Leonardo è l’ospite prediletto, è il luogo ideale per approfondire il legame che ci unisce.
Attraverso i modelli, le macchine, gli studi e le applicazioni dei nostri princìpi, è possibile osservare come idee nate in epoche lontanissime abbiano continuato a dialogare nel tempo.
Conoscere il rapporto tra me e Leonardo significa, in fondo, comprendere meglio entrambi: il modo in cui abbiamo osservato la realtà, affrontato i problemi e trasformato la conoscenza in esperienza concreta.
Testo liberamente tratto da Archimede e Leonardo, incontro tra geni di Gastone Saletnich
Credits
Graphic Design
Fabrizio Brischetti
Web Design
Fabrizio Brischetti
Allestimenti
Teatro Stabile di Catania
Comitato scientifico
Museo Archimede e Leonardo – Siracusa